di scatoloni e rapporti in divenire

Non ho ancora la connessione  a casa e non riesco ad aggiornare. Avrei mille cose da scrivere, ma tant’è. A parte che ho talmente tanto da fare in questi giorni da avere a malapena il tempo di farmi una doccia la sera. Verso le undici stramazzo, addormentandomi con i grilli in sottofondo (rosicate per favore) e mi alzo al mattino con la stanza inondata di luce, di frescura delle prime ore del giorno e con un’energia che non credevo di possedere.

Le cose da fare e sistemare sono ancora tante, ma un buon 70% è fatto.

Ho degli ottimi vicini, con i quali ho instaurato un rapporto cortese e più genuino. Ci salutiamo, ci scambiamo quattro chiacchiere se c’è qualcosa da dire. So che se dovessi avre bisogno potrei anche chiedere a loro un favore. In campagna funziona così evidentemente: la gente è evidentemente meno asettica. O almeno, lo è la gente che vive lì intorno. Per dire: sabato la famiglia che abita dietro casa si è presentata regalandomi 4 zucchine del loro orto. Impagabile.

Insomma, stiamo benone.

E questo sabato inauguriamo la stagione estiva con la prima di quella che si spera sarà una lunga serie di cene.

Olè!

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Still Alive

Avrei mille cose da scrivere. A cominciare dal fatto che i facchini sabato mattina ci hanno letteralmente tirati giù dal letto perché sono venuti un’ora prima del previsto e noialtri si dormiva come i sassi del fiume.

Ma sono quisquiglie.

Potrei scrivere di quanto ci siamo spezzati la schiena, tutti e due, per sistemare il più possibile in quarantotto ore. O di quanto sia stato provvidenziale l’aiuto dei nonni, che se non c’erano loro quattro (i materni tenevano Titu e i paterni erano su a sfacchinare con noi) col cavolo che rimediavamo una casa così ordinata in così poco tempo. Potrei raccontare di quanto non si sentano la fame e la stanchezza, quando si tira così tanto. Di quanto abbia apprezzato una doccia, ieri sera.

E invece vi dico solo che sono felice.

Immensamente, spudoratamente, sfacciatamente felice.

E osservare nostro figlio che esplora ogni angolo della casa, con la bocca aperta e gli occhi spalancati di meraviglia è stata un’emozione unica.

E l’Italia è pure in semifinale. Olè.

Insomma, è andata. E pure bene. Adesso uno scatolone o due ogni sera, e in un paio di settimane al massimo saremo di nuovo su piazza, che un po’ di vita sociale, essendo estate, non è che ci farebbe così schifo.

 Ah e poi c’è la festa da organizzare.

Mica cazzi.

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Panta Rei

Cioè.

Questo è sicuramente l’ultimo post che scrivo da questo divano rosso, in questa casa piccola che ora senza mobili mi sembra enorme.

E no, non mi dispiace nemmeno un  po’. E sapete perché?

Perché a me piacciono da matti, i cambiamenti, le sfide e le novità. Perché le cose abituali e conosciute mi vengono molto velocemente a noia e si sa che se io m’annoio son cazzi per tutti, che poi divento intrattabile e irrequieta e.

Quindi no, non mi mancherà questa casa. Nè mi mancherà stare su una strada trafficata e tutto il rumore e lo smog che ne conseguono.

Voglio vedere mio figlio correre e giocare nel suo giardino, sedersi sull’erba, appoggiarsi a un ulivo e sporcarsi come un piccolo suino da latte. Senza pericoli, senza menate e senza troppi “non si fa”. Voglio la mia cucina luminosa, piena di finestre e di spazio- finalmente- per poter cucinare senza andare a sbattere a Chef ogni tre per due.

Voglio quella stanchezza mista ad appagamento negli occhi, la schiena che un po’ fa male che i cartoni pesano a portarli su per le scale ma abbiamo quasi fatto dai. Oh sì, mi piace tutto questo, sa di cose fatte per bene e con tutto l’amore che c’è.

Voglio il crepitio del camino in inverno.

Voglio una festa di quelle che ci vogliono 3 giorni per riprendersi, per inaugurare la casa. Che te lo do io il “warming house party”, altrochè.

Si sa che quando voglio una cosa, prima o poi la faccio.

E di qui a sabato manca davvero poco.

E allora non sarà più voglio.

Sarà semplicemente arrivato il momento.

Laura and the Chef say bye bye to the City. 

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Killing in the name of…

…cantava il buon Zach de La Rocha…

è sempre così. Quando decido che non riuscirò ad aggiornare per qualche tempo, va sempre a finire che in qualche modo qualcuno o qualcosa mi faccia girare immensamente le palle. Mentre mi mangiavo le mie uova al tegamino sola soletta nel mio tinello tristanzuolo e spoglio ecco che il tiggì mi comunica che oggi cominciano gli europei di calcio, evento contestato a gran voce dal Femen e anche – e giustamente- dagli animalisti. Pare che gli ucraini non siano stati proprio delicati nel risolvere il problema del randagismo nelle loro strade in vista dell’avvenimento sportivo. La cosa mi intristisce molto, ma mi meraviglia molto poco. Per le Olimpiadi di Pechino nel 2008 i cinesi trasferirono in modo coatto o, per citare la Not, deportarono intere famiglie che vivevano dove dovevano sorgere le infrastrutture sportive. Claudia mi conferma che in Sudafrica, per i mondiali del 2010, tutto sembrava pulito e in ordine. Un po’ come quando hai ospiti a cena e per nascondere il marasma che hai in casa butti tutto alla rinfusa in uno sgabuzzino e lo chiudi con un catenaccio enorme, per riaprire la porta solo quando tutti se ne sono andati. Invece sui social network, manco a dirlo, è partita la solita protesta collettiva del “boicottiamo Euro 2012 perché è un europeo insanguinato”.

Parliamoci chiaro: io li stimo, gli animalisti, TUTTI. Il rispetto degli esseri viventi è per me un valore fondamentale e prioritario, che insegnerò a mio figlio sempre. Quindi la critica non è per chi  si batte per i diritti degli animali. ANZI.

La critica è verso i media. Che siano i giornali, la tv, o facebook, c’è sempre un’informazione pilotata a monte. E a me sta cosa comincia a rompere parecchio i coglioni. In Siria ogni giorno vengono trucidati donne e bambini. Stragi perpetrate con una violenza inaudita in tutto il globo terrestre vengono trascurate perché probabilmente non sono abbastanza cool per creare una coscienza collettiva. Mai che io abbia visto un gruppo contro l’infibulazione in Africa, o contro i massacri in Siria oppure contro gli aborti coatti in molti paesi del sud-est asiatico (hai una femmina nella pancia? bene, abbattila e mettiti a fare un maschio, stronza. In alcuni paesi è così e sì, cazzo, siamo nel 2012 e forse i Maya non hanno tutti i torti, cazzo). Non si parla di tante, troppe cose. Non ci si informa, non si spendono 2 minuti per cercare di crearsi uno spirito critico indipendente, è questo il guaio. E non mi venite a dire che è perché non avete tempo, che vi prendo a roncolate nei denti: io lavoro, bado a un figlio, a un marito e a una casa (adesso a 2 case) e ho tempo per informarmi, quindi il tempo se uno vuole lo potrebbe anche trovare.

Il punto è che è così bello sentirsi in pace con la propria coscienza: fare la raccolta differenziata, comprare mobili o vestiti sostenibili, sentirsi green, mangiare bio, leggere un giornale di sinistra, andare a un paio di mostre di arte contemporanea, dare il cinque per mille a un’associazione benefica e mille altre cose, sono quasi sempre solo palliativi per noi stessi. Tenere gli occhi aperti su quello che succede nel mondo, senza distogliere lo sguardo da tutto il male che c’è intorno a noi è molto più difficile. Non è bello sentirsi miserabili, ma è necessario: per crearsi uno spirito critico immune dalle mode e da quello che “fa notizia”.

Sganciamoci da tutto quello che gli altri ci dicono di fare. Dai programmi che ci dicono di vedere, ai vestiti che dovremmo indossare, al cibo di cui dovremmo nutrirci. Prima di fare una cosa o di prendere una posizione, poniamoci la più semplice e atavica delle domande:

perché?

le cose, improvvisamente, prenderanno tutta un’altra sfumatura di grigio che non avremo mai immaginato esistesse.


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movin’ movin’ movin’!

Per prima cosa: ‘sto terremoto ha rotto i coglioni. Io non lo sento quasi mai, qui in Romagna per ora ci è andata davvero di lusso. Ma questo non significa che non siamo tesi e preoccupati. Insomma, dormo con una borsa con gli effetti di prima necessità attaccata alla porta d’ingresso, per intenderci.

Siamo in pieno rush da trasloco. Oggi, quando Chef e il Messicano hanno staccato i quadri dai muri per portarli su alla casa nuova, ho realizzato che manca davvero poco. E anche se ovviamente non sto nella pelle al pensiero di trasferirmi, c’è un po’ di malinconia nel vedere così spoglio questo appartamento. Questa è la casa in cui siamo entrati la prima notte di nozze, ubriachi e felici. Io in braccio a lui, con le braccia intorno al suo collo e il cuore pieno di gioia e buone intenzioni. La casa dalla quale siamo usciti in due e siamo rientrati in tre. La casa che ha visto un sacco di gente riunita attorno al tavolo a mangiare, bere, raccontarsi. Insomma, è stato un vero nido, per noi. E io non ci sono proprio tagliata per gli addii, perciò so già che quando prenderò la porta per l’ultima volta non mi volterò indietro.

Siamo stanchi, un po nervosi, elettrici e smaniosi di poter mettere le ultime cose sul camion e partire per la nostra nuova vita.

Sono gli ultimi giorni in cui avrò l’adsl, per cui è molto probabile che per un po’ io non aggiorni: ma non vi preoccupate, a luglio tornerò in pianta stabile.

Nel frattempo godetevi questo inizio estate anche per me, che il mare lo vedrò col binocolo ancora per un bel po’.

Hasta Luego.

Cazzen.

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