Il sogno di Aurora

Aurora entrò in casa, lanciò chiavi e portafoglio sulla mensola del soggiorno. Rimase in penombra, accendendo solo la lampada in carta di riso nell’angolo del soggiorno. Le piaceva la pastosità delle ombre proiettate sui muri, la sensazione delle pupille che si dilatavano per adattarsi agevolmente alla semi oscurità. Si tolse gli stivali e le calze pesanti: con la pianta del piede aderente al calore del legno del parquet, apprezzò che l’inverno fosse rimasto fuori dalla porta. Mentre andava verso il bagno per riempire la vasca di acqua bollente e sali del Mar Morto accese lo stereo: la sua canzone inondò la stanza. Alzò i bassi, mise il volume al massimo. Con gli occhi semi chiusi cominciò a togliersi il maglione di lana, la camicia, i jeans blu notte fino a che non rimase in mutande e reggiseno. Tornò in soggiorno e, sempre con gli occhi chiusi, cominciò a far ondeggiare prima la testa, poi le spalle, le anche, i fianchi, il bacino… tutto il suo corpo seguiva la voce graffiante di Samuel dei Subsonica, lo prendeva per mano, si faceva portare lontano, fuori da se stessa, dal vuoto che la riempiva.

“… Aurora sogna, Aurora sogna…”

Avrebbe voluto qualcuno così. Qualcuno capace di andare a scavare negli abissi della sua anima, nel grumo nero dei suoi pensieri. A piene mani, senza delicatezza. Qualcuno capace di portarla in alto e lasciarla cadere, qualcuno che l’incendiasse senza curarsi di nulla. Qualcuno come lei.

“…Sogna una carne sintetica, nuovi attributi, un microchip emozionale…”

 Aveva bisogno di mani ruvide che l’accarezzassero, di spalle forti che l’avvolgessero. Aveva voglia di essere presa così, con forza, da dietro. Qualsiasi cosa, per provare di nuovo un’emozione.

“…senza più mangiare… e senza più dormire…”

Persa nell’estasi della danza lasciò che la sua mano si insinuasse oltre l’elastico degli slip. Appoggiandosi a una colonna si puntellò con il piede destro e si perse in un’estasi fin troppo conosciuta ed esplorata: un piacere effimero, amaro come la solitudine, che le dava solo un fugace brivido lungo la schiena e un tremito lievissimo ai fianchi. Aprì gli occhi e fissò lo sguardo davanti a sé e il sangue le si gelò all’istante: aveva dimenticato di chiudere le tende e alla finestra di fronte alla sua c’era un uomo che la fissava. Il viso era in penombra ma la bocca era semi chiusa e il suo sguardo era agitato da un unico, inequivocabile desiderio. Poteva assecondare la vampata di vergogna che l’aveva assalita, precipitarsi a chiudere le tende e farsi un bel bagno caldo, cercando di dimenticare la figuraccia e l’imbarazzo.

Questo era quello che avrebbe dovuto fare.

Invece, come obbedendo a un imperativo oltre la sua volontà si slacciò il reggiseno e si sfilò gli slip e rimase immobile, esposta allo sguardo di quello sconosciuto. La musica continuava a vibrare forte dalle casse, l’album era andato avanti.

 

“Forse, sta a pochi metri da me, quello che cerco e vorrei trovare la forza di fermarmi, 

perché sto già scappando

mentre non riesco a stringere più a fondo e ora che sto correndo vorrei che fossi con me, che fossi qui…”

 Oh sì, avrebbe voluto che lui fosse ancora lì, con lei. Dopo tutti quegli anni, ancora non aveva rinunciato all’eventualità di vederlo rientrare in casa. Quanto lo odiava quando non si levava le scarpe, inzaccherando il pavimento della sala. Qunado metteva i piedi sul tavolino intarsiato africano. Quando si grattava lo stomaco, quando parlava a monosillabi, quando la prendeva in giro per quell’aria sofisticata da snob che assumeva quando uscivano assieme. Lo aveva detestato per tante piccole cose, eppure avrebbe fatto qualsiasi cosa, per riavere tutto indietro.

“…sento a pochi metri da me

quello che c’era e vorrei trovare la forza di voltarmi…”

 Non poteva riaverlo più. Dalla morte non si tornava indietro. Richiuse gli occhi: poteva sentire la sua pelle bruciare in ogni punto in cui si posava lo sguardo dello sconosciuto oltre il vetro. La sola idea che lui si stesse eccitando guardandola la fece nuovamente venire, perdendo il controllo. Da mesi non provava un’emozione così intensa, da mesi non si sentiva così viva. Sentì che doveva averlo, ad ogni costo. Voleva di nuovo quell’emozione, per intrappolarla e viverla ancora e ancora e ancora. Non poteva perderla, non poteva lasciarla andare così e mentre combatteva con la parte razionale del suo cervello, che la metteva in guardia dal far entrare in casa sua un perfetto sconosciuto, qualcuno suonò alla porta. Si staccò di scatto dal muro, frastornata, come se un getto di acqua ghiacciata l’avesse investita in pieno. Guardò verso di lui, oltre il vetro: era sparito. Una morsa le strinse lo stomaco, facendole tremare le ginocchia: era lui, ne era sicura. Gli avrebbe aperto? Sapeva che non avrebbe dovuto ma in quel momento non desiderava altro. L’avrebbe presa così, contro il muro, senza dirle una parola? O sarebbe stato tenero, prendendola per mano e adagiandola sul letto, amandola piano, dolcemente, come nessuno l’amava più da tempo?

 ”…perché se

 stai svanendo, io non ci riesco a stringere più a fondo…”

 Si infilò l’accappatoio alla meno peggio, mentre apriva la porta senza sapere cosa aspettarsi. L’avrebbe presa per il collo o l’avrebbe baciata come in uno di quei film melensi da adolescente? La sua testa la supplicò di non aprire mentre il suo basso ventre le intimò di abbandonarsi al destino. Obbedì al suo istinto e sfoderò il più languido degli sguardi.

- Ahem… veramente sarebbe un po’ tardi, potrebbe abbassare signorina?-  chiese la vecchietta del piano di sopra. Aveva pure fatto due rampe di scale a piedi, che l’ascensore era rotto. Veramente aveva provato a chiamarla, ma al telefono non rispondeva. Si scusò, mortificata, – è che stavo facendo il bagno e non potevo rispondere -  disse, – mi scusi tanto. Sì, adesso spengo. Sì, buonasera- .

Quando si chiuse la porta alle spalle, si sentì tremendamente stupida. E fragile. E sola. Ricacciò una lacrima indietro, ci mancava anche l’autocommiserazione, non era stata già abbastanza una serata di merda. Si precipitò in salotto, per chiudere quella maledettissima tenda e rimase immobile, interdetta, nel bel mezzo della stanza. Sbatté più volte le palpebre, per sincerarsi di aver visto bene.

La tenda era chiusa.

Lo stereo, in compenso, andava ancora.

“…ora che sotto ho il mondo, vorrei che tu fossi qui

che fossi qui…”

Lo spense, strappando rabbiosamente la spina dalla presa di corrente. Si accasciò a terra, scoppiando a piangere.

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In medium stat virtus. Quasi sempre.

Ieri sera mi sono pesata e mi sono sentita come una ragazzina di sedici anni, contenta perché il peso era finalmente sceso. Sì beh, sono una donna, che vi aspettavate? Non esiste nessuna donna che è felice di essere grassa, quindi perché non rallegrarmi pubblicamente del fatto che l’aver finalmente cambiato stile di vita e regime alimentare stia portando finalmente i risultati desiderati?

Dopo quasi tre anni di sconsideratezza alimentare, di alti e bassi, di musi lunghi e di frustrazioni infinite ho ripreso le redini in mano e i risultati si vedono e io sto meglio. Sono più sveglia, a stomaco vuoto. I sapori sono più buoni, la testa è più leggera, il fisico è più tonico e vedersi meglio aiuta a sentirsi meglio. Il circolo sta diventando virtuoso e la cosa mi fa stare bene. Non è essere frivoli, è essere realisti e avere cura della propria salute. Senza contare che il messaggio che passa a mio figlio automaticamente è: muoviti un po’,  mangia cose buone e in giusta quantità, goditi una cosa grassa -e anche poco sana, perchè no- con moderazione e abbi cura di te.

Non è una questione di numeri. Non voglio una taglia 40, né sogno di svegliarmi con le gambe magrissime. Conosco il mio fisico, voglio solo starci bene a 360 gradi. Smettiamo di essere ipocriti e di pensare che “ci sono persone che sono belle anche grasse”: non è vero. La salute è essere in armonia: se come me siete alte un metro e un telecomando, assomigliare a un birillo non è sinonimo di salute e benessere.

Allo stesso modo denigro quelle che da marzo a giugno si chiudono in casa e si sottopongono a regimi neo-nazisti e sbilanciati (diete iper-proteiche, diete del gruppo sanguigno, diete dissociate, diete vattelappesca) che promettono miracoli unicamente per la prova costume . Ma vaffanculo, mica è una gara essere in forma! E poi io li vorrei veder in faccia uno per uno, tutti quei creativi pubblicitari che continuano a fomentare questa imperante dittatura estetica dei miei coglioni: c’è la pubblicità di una nota marca di cereali che inizia proprio così “e tu, sei pronta per la prova costume?”. Ecco, la mia risposta sarebbe qualcosa tipo “Non lo so, ma tu invece sei pronto per andartene a fare in culo?”.

E insomma. Il confine è molto sottile, tra chi vuole restare magro perché se lo fa imporre dalla pubblicità, dalla moda e dalla televisione e chi invece ci tiene a stare davvero in forma, a sentirsi bene, ad avere una pelle radiosa e sana, ad emanare energia positiva un po’ ovunque. Il discorso per me non è “grasso è bello” o “magro è bello”, non mi reputo una persona che ama dare etichette alle cose o alle emozioni. E detesto le mode imposte da altri: chi ti credi di essere per provare ad impormi di mangiare 30 gr di cereali integrali tutte le mattine solo perché così potrò essere notata in spiaggia? Sarà che io al mare ci vivo e ci sono sempre andata in bikini, sia quando pesavo cinquanta kg sia quando ne pesavo sessantotto (ahem…le ultime estati? sì).

Io sono felice di essere passata di nuovo dalla parte di quelli che sanno darsi delle regole. Che sanno gustarsi un bicchiere di vino all’aperitivo senza abbuffarsi di schifezze (lo apriamo poi un capitolo a parte sui buffet degli aperitivi? Lo sapete no, che vi mangiate gli scarti degli scarti dello scartabile, nel 90% dei casi? ecco) chiacchierando con gli amici.

Per me non sarà mai facile, perché la mia natura è tendenzialmente sregolata. Ma eccedere per troppo tempo, l’ho visto sulla mia pelle, mi fa stare anche peggio: che si parli di mancanza di sonno, di sigarette, di alcool o di cibo il discorso è sempre quello: non ha senso perseverare in qualcosa che ci fa stare male.

Insomma, per farla breve: il fumo è da tempo archiviato e cibo e alcool finalmente sono sotto controllo. Per il sonno e l’irritabilità la vedo più dura: da un lato devo continuare il mio romanzo e dall’altro beh, non riesco a fare a meno di essere un po’stronza. Del resto, se non avessi nemmeno un difettuccio, che noia sarebbe frequentarmi?

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Contro la Noia, per non salvare le apparenze.

Qualche giorno fa mi è stato chiesto, appurato il fatto dell’esistenza del mio blog, quanti “followers” avessi. La mia risposa laconica “quanto basta” ha fatto desistere il soggetto a indagare ulteriormente. Probabilmente ha interpretato correttamente la realtà e cioè che c’è pochissima gente che sa dell’esistenza di questo posto. E no, contrariamente a quello che credevo all’inizio della mia “carriera” di blogger nel lontanissimo 2006, non me ne frega assolutamente niente di avere o meno un pubblico numeroso. Non fraintendetemi: non mi farebbe mica schifo, anzi. Ma credo che ci siano drammi peggiori nella vita di una persona.

La verità è che io sono una persona molto incostante; a tratti iperattiva e a tratti pigrissima, fatico davvero tanto a far conciliare queste due metà così opposte. Ci sono periodi in cui vorrei cambiare il layout, inserire mille progetti, fotografie, disegni, racconti… altre volte apro la homepage e fisso il monitor con l’occhio da triglia, buttando via manciate intere di minuti così, per sport. Il fatto è che mi piace fare mille cose e possibilmente le accavallo una sopra l’altra. Non sono una di quelle persone che fanno una cosa per volta, oppure che fanno bene 3 cose nella vita, ma davvero bene, dalla A alla Z. No. Io incomincio tremila progetti, ne porto a compimento un 10% quando va bene e ammucchio cose, idee, pensieri e parole. Per dire: sul mio comodino ci sono 6 libri. Tutti a metà. E ieri sera ho preso un libro dal comodino di Chef e ho iniziato a leggere quello. Perché? Perchè avevo voglia di qualcosa di nuovo, quei 6 che ho sul mio, di comodino, mi annoiano.

La noia e il nemico contro il quale combatto da una vita. Ricordo quando facevo le elementari e in estate la Mutti mi svegliava alle otto perché “non si sta tutta la mattina a dormire” e mi portava al mare fino alle dieci e mezza, che poi il sole fa male. Il mio tempo in spiaggia consisteva nel fare una camminata chilometrica sulla battigia, “che devi dimagrire” (fine psicologa, lo so). Di pomeriggio, se ne avessi conosciuto l’esistenza, probabilmente mi sarei data al consumo di marijuana pesante. Non sapevo davvero dove sbattere la testa: i compiti delle vacanze non li ho mai fatti, per una questione di principio. Lo stratagemma per fregare tutti era fare le prime 5 pagine all’inizio, un paio nel mezzo e le ultime 3: il libro sembrava completato, aveva anche quell’aspetto bello rigonfio da matita e gomma passati con zelo e impegno. Sorella e Fratello erano grandi, studiavano all’università e avevano la loro vita e la differenza d’età tra di noi all’epoca pesava immensamente. I miei amici andavano tutti al centro estivo. Dio, quanto mi sono rotta i coglioni io in estate non se lo immagina nessuno. Io odio non avere niente da fare, è stato davvero uno strazio polleggiare davanti alla TV a otto anni. Ecco anche perché non mi piace tanto la TV: probabilmente collego la scatola parlante a quelle estati calde (l’aria condizionata, questa sconosciuta… eppure siamo ancora tutti vivi e la cervicale era meno diffusa) e noiosissime. Sono ferratissima in serie TV anni 80: Supercar, Magnum PI, Stulsky e Hutch, Hazzard… Sembravo una bambina senza amici, solitaria, problematica. In realtà io gli amici ce li avrei anche avuti, quelli con cui andavo a scuola ad esempio… peccato che abitassero tutti lontani e andassero quasi tutti al centro estivo. E allora all’inizio dell’estate seguente chiesi se avessi potuto andarci anche io, al centro estivo;  mi sembrava la cosa più normale del mondo. Come risposta la Mutti grugnì un secco “no” che non lasciò spazio a repliche o tentativi di insistere; di quei “no” dai quali sai che non spunterai niente. Ne ho collezionati abbastanza per andarmene di casa poco dopo la laurea, una quindicina scarsa di anni dopo.

All’epoca non capivo perché non mi ci volesse mandare, al centro estivo. Ma dopo un’adolescenza e una giovinezza passate a discutere e a formare il mio carattere arroccandomi proprio intorno a quei “no” senza apparente perchè, posso dire con certezza che la Mutti, all’epoca, al centro estivo non mi ci abbia mandato per paura. Ma non per paura che mi rompessi una gamba o che affogassi in piscina: avrà avuto tanti difetti ma non era una mamma chioccia super ansiosa, anzi. No, lei aveva paura del giudizio degli altri: paura che la gente pensasse che non fosse una buona madre, di quelle che stanno a casa tutto il giorno e mandano i figli al centro estivo per non averli intorno. Io, cazzarola, l’avrei venduta al primo beduino, pur di andarci e lei era tutta preoccupata di dare l’impressione di essere una buona madre.

Certo che noi esseri umani siamo proprio strani: preferiamo far annoiare a morte un figlio, pur di salvare le apparenze. Questo è un esempio come tanti, tratto da un’esperienza mia personale, ma se ci mettessimo intorno a un tavolo ne verrebbero fuori a bizzeffe, di esempi simili, ne sono sicura. Le persone sono incredibilmente fissate con il giudizio altrui: bene e spesso quest’ultimo pesa come un macigno sulle esistenze che conducono certi individui.

Forse è per questo, se non sto mai ferma. Ed è anche per questo, se me ne sbatto tantissimo del giudizio altrui, sempre. Talvolta rasentando la strafottenza e la maleducazione ma tant’è: farò tantissimi errori nel mio essere madre, ma metterò sicuramente sempre prima il benessere dei miei figli all’opinione che gli altri hanno di me. Ci potete pure scommettere la casa, se ce l’avete.

E lo so che c’è una grande probabilità che mio figlio vorrà stare da solo a cazzeggiare in casa tutta l’estate, piuttosto che fare quello che alla sua età avrei voluto fare io, senza averne avuto la possibilità. Insomma, sarebbe proprio un classicone: che si sa, il destino è beffardo. Il fatto è che non sa è che io, dalla mia, ho un gran senso dell’umorismo.

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Trovate l’errore

In questo momento cruciale dai contorni così sfumati, indecisi e labili, ci sono cose che non possono essere relativizzate. Sono i princìpi fondamentali, quelli che servono a un essere umano a poter tracciare una linea, a seguire un modello comportamentale, a partecipare alla società civile. Non sono tanti. Se c’è una cosa che non cambia da quando siamo bambini è proprio questa: le regole basilari a cui attenersi devono rimanere poche e invalicabili. Così come per un bambino piccolo diventerebbe caotico e impossibile seguire troppe regole o dettami, lo stesso vale per una persona adulta: cambiano i princìpi, ma non lo schema di base.

Mi rendo conto che il confine tra giusto e sbagliato è per tutti noi interpretabile e purtroppo molti disagi e conflitti nascono da questa personale interpretazione e dai mezzi che ognuno di noi ha a disposizione per interpretare la realtà. Su questo non ci piove e alla fine è anche giusto così: non siamo fatti con lo stampino e ognuno di noi ha un percorso specifico che lo porta ad essere ciò che è. Questo discorso mi sta bene per il 70-75% delle scelte che ogni individuo fa nella sua vita, indipendentemente dal fatto che queste ultime non influenzino solo la sua di esistenza, ma anche quelle delle persone a lui vicine.

Per il restante 25% però, col cazzo che si può relativizzare.

La violenza è condannabile. Insindacabilmente e non c’è spazio per nessun sofismo  o relativismo.

Vi faccio tre esempi. Se riuscite a trovarmi la differenza su questi tre gesti i casi sono due: o io sono rincoglionita o voi c’avete voglia di trovar da dire. Vi avverto già che se si verificasse l’opzione numero due sono in piena fase pre mestruale e sono anche a dieta. Insomma, io vi ho avvisati.

Un contadino scopre che il cane del suo vicino è riuscito ad aprirsi un varco nella rete che divide i due appezzamenti di terra e ha ucciso quasi tutti i polli che lui possiede. Incazzato a mostro, il contadino uccide il cane del suo vicino. Atto violento e irrazionale di un uomo (considerato essere pensante e razionale) contro un cane, che a differenza dell’uomo agisce seguendo un istinto e che non uccide i polli con l’intenzione di danneggiare il contadino. Il gesto dell’uomo è semplicemente condannabile. La cosa giusta da fare era andare dal padrone del cane e pretendere un risarcimento. Il contadino quindi, è una merda.

Un uomo scopre che la moglie lo tradisce ripetutamente. Va a casa e la corca di mazzate. Atto di violenza ingiustificabile: il cornuto è uno stronzo perché, nonostante la moglie sia una zoccola, ci sono modi più civili per risolvere la questione. Non c’è spazio per i se e per i ma: alzare le mani, per quanto si creda di avere la ragione dalla propria, ci abbassa all’animale che obbedisce ad un istinto, senza pensare né alle conseguenze, né ai danni.

Un uomo di mezza età, in una condizione economica disagiata (come molti altri italiani), decide di commettere un atto dimostrativo per palesare la sua frustrazione. Va al mercato nero, compra un’arma con la matricola abrasa, prende un treno per Roma e durante il giuramento del nuovo governo che finalmente si insedia, spara e colpisce due carabinieri e una ragazza incinta. Ora, qualcuno ha davvero il coraggio di dire che uno che pensa a un gesto del genere è una brava persona che compie un gesto sconsiderato? Dai, fatevi avanti. Davvero, sono curiosa di sentire le vostre argomentazioni.

La realtà è che ieri è stato un giorno brutto, per questo paese. Forse il più brutto da quando ne ho memoria. E mi sono chiesta dove sia iniziata la spaccatura, dove sia l’errore e come fare per trovare una soluzione. Ieri ho guardato mio figlio che, ignaro di tutto, giocava con le sue bolle di sapone e ho pensato che davvero si merita qualcosa di meglio e che adesso come adesso, non sono sicura al cento per cento di poterglielo garantire.

E niente, questa cosa mi rende triste.

Incredibilmente triste.

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Il teatro dell’ignoranza.

Life’s a Stage, diceva il buon Will Shakespeare: la vita è un palcoscenico. Ognuno di noi ha a disposizione infiniti modi per essere o meno protagonista attivo e brillante della propria esistenza. C’è chi lo fa egregiamente, chi mantiene un profilo basso e si accontenta e chi invece la fa sempre fuori dal vaso.

Oggi ammettevo a Claudia su facebook il fatto di essere una persona piuttosto intollerante: non posso farci niente, non riesco a farmi scivolare le cose addosso, a dirmi “massì, chi se ne frega, il mondo è bello perchè è vario”. Cioè, a volte lo faccio, ma ci sono situazioni in cui mi è davvero impossibile. La gente mi fa incazzare, e sono davvero convinta che il problema non sia sempre e solo mio.

Facebook, twitter e co sono mezzi di comunicazione potentissimi, che uso e che apprezzo molto. Non sono una che demonizza le novità perchè ne è spaventata, né mi comporto come quei finti alternativi che “no, noi i social no, che sono per gli sfigati dozzinali”. Ma vaffanculo, radical chic da strapazzo: se qualcuno verrà al tuo vernissage d’autore è grazie anche al tam tam mediatico di questi potenti mezzi, quindi scendi dal banano e vai a fare il figo nel 1879, ok?

Però il rovescio della medaglia è che tutti possono dire quello che pensano, anche quando il pensiero in questione sarebbe proprio da censurare. L’ho già scritto diverse volte, che il pregio-difetto del web è proprio la sua insindacabile democrazia. E ripeto, questa cosa è insindacabile: ci mancherebbe che la gente non possa pensare e scrivere liberamente ciò che vuole. Il fatto è che io ci credo sempre, nel genere umano e spero ogni volta che quando la minchiata è di dimensioni cosmiche uno se ne renda conto da solo. Invece no, cazzo. Nove volte su dieci la gente su facebook perde un’occasione perfetta per starsene zitta. Vedo girare link e condivisioni di puttanate tali da farmi seriamente dubitare dell’intelligenza di certe persone. Vedo gente che si mette “mi piace” a quello che ha appena scritto, o che si retwitta da sola. E a me verrebbe voglia di scrivere qualcosa, tipo “guarda che sei imbarazzante”, poi lascio perdere. Anche perché non sono affari miei.

Da quando ci sono state le elezioni, tutti sono esperti di politica. Siamo seri: dell’elezione del Presidente della Repubblica non gliene era mai fregato un cazzo a nessuno. E invece quest’anno tutti lì, a twittare freddure, a condividere status o vignette pesudo satiriche (perchè “pseudo”? perché non fanno ridere. punto.), tutti a credersi dei politologi consumati. C’è gente che conosco che ha votato PD “perchè erano i meno peggio” o che ha votato il M5S “perchè così li mandiamo a casa tutti” o che ha rivotato di nuovo Berlusconi, “per non darlo a Monti, che è colpa sua se c’è la crisi”. Tutte frasi che ho sentito con le mie orecchie, in giro, nelle sale d’aspetto, in banca, tra conoscenti. C’è gente che non ha nemmeno idea dei punti dei programmi della rappresentanza che ha votato. Scagliarsi contro i grillini o difenderli a spada tratta è diventato lo sport nazionale: come tra innocentisti e colpevolisti, c’è chi è diviso tra Grillo sì e Grillo no, c’è chi crede che tra i partiti convenzionali e il Movimento 5 Stelle ci sia una barricata, una filosofia di vita, un mondo a parte. Ho parlato con un po’ di gente tra i 30 e i 40 anni di politica e mi sembrava di parlare con la mia povera nonna, che viveva con la filosofia del meno peggio. Alla terza domanda un po’ più incalzante li vedi che tentennano, che non sanno un cazzo di niente. E non mi sto riferendo solo a chi ha votato il M5S.

Adesso è cool parlare di politica. Così come è prassi dare la colpa di tutto alla crisi. Oddio, sarebbe da imbecilli negare la crisi, perchè c’è e in alcune zone morde davvero duro. Ma ho sentito gente che caga soldi da mane a sera inveire contro il governo tecnico. Persone che sanno meno di niente che blaterano di economia, gente che tutta convinta scrive cose tipo “all’Italia servirebbe una bella dittatura, altroché Grillo!” Ecco, io a questa gente chiederei di leggersi un po’ di cosette sulle dittature. Non vi fermate solo (si fa per dire) a Nazismo e Seconda Guerra Mondiale, scavate un po’ di più, leggete cosa succedeva in Cambogia con Pol Pot, cosa è successo dal 1992 al 1996 a Sarajevo, cosa sono stati capaci di fare i militari cileni sotto Pinochet. Scavate, informatevi. Leggete cosa succcede ai bambini, agli omosessuali, ai diversi, alle donne, durante i periodi di dittatura e nazionalismo sfrenato. Poi forse ne possiamo riparlare, brutte teste di cazzo.

Purtroppo, mio caro Will Shakespeare, tante volte la vita diventa il palcoscenico di un’ignoranza becera e vergognosa.

Sì, sono intollerante.

Però sono un’intollerante che si informa e che cerca in tutti i modi di evitare di parlare a sproposito.

Ah, un’altra cosa: dato che oggi è la giornata mondiale del libro, fatevi un favore: leggete di più e scrivete di meno, che la concorrenza è già abbastanza spietata così, tra gente che è in grado di farlo.

 

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